In esposizione opere in terracotta, pane, incisioni e disegni.
© Fondation Tito Balestra Onlus
Una mostra dedicata allo scultore Kengiro Azuma a cura di Giuseppe Appella.
L’opera dell’artista giapponese, trasferitosi in Italia, a Milano, nella seconda metà degli anni Cinquanta, prima allievo e poi assistente di Marino Marini fino al 1980, si caratterizza per una sintesi dell'arte Zen e della lezione di Marino Marini e di Lucio Fontana. L’arte di Azuma nasce dal pensiero, dalla ricerca del mistero della vita, dal tentativo di rendere visibile l’invisibile, poi tradotti nel bronzo, nel legno, nel gesso, nella pietra e nella grafica. Nelle sue sculture, egli cerca di rappresentare la parte spirituale della vita di ogni uomo, ossia l’anima, l’amicizia, la vera solidarietà. Tutto ciò che non riusciamo a vedere, Azuma lo esprime con piccoli e semplici segni, ormai elementi tipici del suo mondo espressivo. Tra tutti, i buchi, simboli del vuoto, finestre su un mondo tutto da scoprire. Scrive Azuma: Essere Zen, significa essere vuoti come un bicchiere. Quello che rende un bicchiere tale non è il materiale con cui è costruito, ma il vuoto che viene riempito dalla bevanda che vi versiamo. Essere vuoti, infatti, significa essere sempre pronti a ricevere.
Azuma elegge MU, il vuoto, come progetto di un’analisi, tutta moderna, dell’avanguardia europea in generale e di quella milanese in particolare che ha in Fontana, Melotti e Milani alcuni punti di riferimento e in Karl Hartung, Hubert Dalwood, Zoltan Kemeny e Louise Nevelson il corrispettivo internazionale. Il miracolo di Marino, vigile meditazione morale sull’armatura costitutiva dell’immagine, si ripete con Azuma che ne coglie l’estrema evoluzione mettendosi in ascolto di se stesso, calandosi nella profondità del Sutra del Cuore, lì dove dice: ”La forma è vuoto e il vuoto è forma”.
Il fluire della linea, ritmata da libere variazioni e giustificata da una perfetta stabilità, assume un particolare peso meditativo, pari allo schema elementare di antica discendenza popolare, da vedere frontalmente o a luce radente, per quell’impercettibile suggerire, a distanza, lo spazio flessibile aperto all’eternità, in un continuo scambio tra bronzo e vuoto.*
Azuma punta direttamente all’essenza della realtà, che è l’origine stessa della forma, per far rigermogliare le cose in continuo mutamento.
*(tratto da G. Appella_,_ La scultura di Kengiro Azuma, in Kengiro Azuma. Opere dal 1948 al 2010, Edizioni della Cometa, Roma 2010)
La mostra realizzata in collaborazione con il MIG. Museo Internazionale della Grafica di Castronuovo di Sant'Andrea (PZ) rimarrà aperta fino al 10 luglio.
Fotografia di Alvise Raimondi.